Per Un Ecologia Della Libertà

settembre 14, 2019. by

2.20 QUALE LEADERSHIP

Dopo gli atti di guerra non convenzionale negli Stati Uniti quale spazio e quale ruolo avrà l’Europa per un nuovo ordine mondiale successivo alla caduta del muro? Le logiche di guerra ridurranno la politica europea all’esclusivo rispetto dell’art.5 del patto NATO? Quale spazio avrà una politica della convivenza multiculturale nella semplificazione della chiamata alle nuove crociate xenofobe? La politica cosa sarà: forse ordine militare internazionale e ordine pubblico in casa? Che sarà di noi, della nostra originalità, del nostro essere “viaggiatori leggeri”?

Nuove domande per la politica

RIPARTIRE DA SEATTLE

Quando siamo nati, come ecologisti e come verdi, ambivamo ad avere il ruolo profetico che annunciava una nuova consapevolezza, al contrario ci è stato spesso attribuito quello di Cassandre presaghe di prevedibili disastri.

Questa consapevolezza ora c’è, è nata la generazione ecologista e questo è il secolo nel quale gioca la sua partita, in palio il futuro delle specie e della libertà.

Ha preso corpo nel nord e nel sud del mondo una consapevolezza del legame tra locale e globale, una consapevolezza che si fa azione e pone i diritti come fondamento costitutivo ineludibile della cittadinanza locale e globale. Chi per bisogno, chi per desiderio, a gran voce afferma che un altro mondo è possibile. Non è la semplificazione di una ideologia, come nelle narrazioni dello scorso secolo, chi soffoca di traffico nelle città dell’occidente sa che ciò costituisce una delle cause dell’effetto-serra che interessa il pianeta, così come chi ha bisogno di medicinali anti-AIDS in Africa sa che la loro indisponibilità è dovuta alle logiche di profitto alle quali le multinazionali subordinano la salute dei cittadini del pianeta. L’incontro tra diritti, ambiente, giustizia sociale, multiculturalità, avviene discutendo questo modello di sviluppo e non solo le logiche di distribuzione del suo dividendo. E’ la natura della libertà, delle pari opportunità della partecipazione alla/nella società della comunicazione, ovvero ciò che definisce la qualità del vivere sociale, che richiede alla politica di avere un ruolo di indirizzo, di proporre un orizzonte non subordinato alla tecnoscienza e alla finanza speculativa della globalizzazione delle multinazionali.

C’è chi userà questa consapevolezza per dare risposte simulate, adeguando il modello per non cambiarlo, c’è chi la userà come ultima spiaggia dell’antagonismo. Ci vuole una politica che pensi il futuro, dei nostri figli, delle nostre città, del nostro unico pianeta, che sulle proposte di futuro divida e unisca, susciti emozioni e partecipazione.

E’ definitivamente chiaro, a questo punto, la necessità per i verdi di passare da un ruolo accessorio ad uno collaborativo-competitivo. Con l’elaborazione di una cultura capace di aggiungere ai principi di libertà, uguaglianza e solidarietà, quello della responsabilità , perché la terra ci è data in prestito dai nostri figli.

Noi verdi saremo in grado di produrre una politica e le alleanze ad essa necessarie perché prendano corpo giuridico, sociale, culturale, dei consumi e dei costumi, le riforme radicali di un modello basato sulla crescita quantitativa illimitata?

Con la proposta di un’agenda di politiche pubbliche convincenti e convenienti. Con la selezione di una classe dirigente adeguata per le coalizioni democratiche e per l’assunzione di responsabilità di governo, per una politica il cui fine sia l’allargamento degli spazi di libertà e di partecipazione.

LA POSTA IN GIOCO

Oggi il terreno del conflitto non è più quindi altro che il pianeta, l’unico ambito dove “un altro mondo è possibile”.

Il vertice ONU del Millennio ha avuto due temi ufficiali: povertà e conflitti locali, e un tema in realtà centrale, la riforma del Consiglio di Sicurezza. A ben guardare le questioni che stanno dietro l’ufficialità riguardano il modello di sviluppo per il mondo globalizzato e i luoghi della decisione. Più chiaramente di così quest’ultimo secolo del secondo millennio non si poteva concludere, è l’apoteosi della dimensione economico-finanziaria, dove la tecnologia da espediente è diventata virtù, dove tutte le altre dimensioni vengono subordinate. Ambiente, salute, culture, colture, da diritti riconosciuti, necessitanti di regole per essere rispettati, sul tavolo dei negoziati per la liberalizzazione del commercio mondiale vengono neutralizzati, diventano oggettivi ostacoli e limitazioni su cui trattare.

Già, a ben guardare, perché la posta in gioco e i giocatori con le carte non sono immediatamente visibili. Dalle bio-tecnologie ai software è in gioco la proprietà della conoscenza, degli alfabeti e delle reti. Beni universali, dai quali dipende il futuro di ognuno di noi, e per questo indisponibili, ci vengono proposti come parte integrante della ricerca scientifica e come merci, se ci opponiamo alla cessione di titolarità ci opporremmo, integralisti e oscurantisti, al progresso scientifico. Ma quale progresso scientifico? Non è per lo sviluppo delle potenzialità della ricerca che le industrie multinazionali investono e brevettano, è per costruire un modello coercitivo e di dipendenza per i consumatori-utenti, dall’agricoltura ad internet. Per questo si vogliono brevettare segmenti genici o sequenze di algoritmi, non per sfamare i malati e gli affamati dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dai signori delle armi.

GUERRE E POVERTA’

Dal Rapporto Brandt in poi, gli stanziamenti a favore dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, e i relativi movimenti di pressione, sono progressivamente diminuiti, tanto che le questioni interdipendenza e sviluppo dei Pvs , prima, e povertà mondiale e sviluppo umano , poi, sono quasi scomparse dalle agende governative e dalle agende dei vertici sovranazionali e internazionali.

Una delle tante promesse mancate di questa fine secolo è quella della pace. Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda, in molti profetizzarono l’inizio di un periodo di pace e di convivenza mondiale. La verità è che dalla Guerra del Golfo a quella del Kossovo, si sono svolti, o sono in corso, centinaia di conflitti, più o meno circoscritti, autentici drammi per le popolazioni coinvolte, che segnalano una tragica incapacità di governo delle Istituzioni preposte, e uno dei risultati eclatanti di questo squilibrio è entrato nelle case di tutti noi con il crollo delle Twin Towers. Possiamo affermare che l’insieme dei fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, oltre che diminuito, è condizionato da questi conflitti, tanto che ormai tutti i governi e le Agenzie sovranazionali privilegiano la loro destinazione ai paesi in guerra e ai programmi di emergenza, piuttosto che ai paesi pacifici e ai programmi di sviluppo.

Non solo. Di fronte alla violazione dei diritti umani, prevalgono gli interventi militari repressivi nei confronti di chi ha violato i diritti; interventi troppo tardivi perché siano in grado di salvare vite umane e troppo deboli perché siano capaci di restituire dignità alle vittime. E’ più che mai urgente definire un modello si ingerenza umanitaria che non sia subalterno agli interessi dei geopolitici dei Paesi ricchi, ma che sappia invece prevenire la violazione dei dritti umani, innanzitutto valorizzando le istanze della società civile e l’azione diplomatica, di mediazione, di conciliazione e di cooperazione.

CHI DECIDE E DOVE?

Acqua, energia, biodiversità, clima, convivenza, equità, partecipazione, il corpo, le libertà, l’alfabetizzazione telematica, costituiscono i grandi nodi planetari, da trattare pensando in termini di interesse generale, pensando alle future generazioni. Cosa possono decidere i partecipanti ad un vertice ONU? L’ONU non si riforma, sono invece luoghi promiscui, come il WTO o l’OCSE che prendono forma come le sedi di decisione, dove tecnofunzionari e lobbisti delle multinazionali o, spesso, tecnofunzionari lobbisti delle multinazionali, definiscono procedure per scelte obbligate sul piano istituzionale, riducendo i parlamenti ad un ruolo notarile. C’è un deficit di sovranità pubblica, alla crisi degli stati nazionali non si è fino ad ora sostituito un livello superiore democraticamente espresso e rappresentativo. Dopo l’89 è restato un unico stato nazione planetario, fortemente condizionato dalle multinazionali che hanno finanziato l’elezione del Presidente.

Solo la politica, invece, può risolvere i conflitti. L’Europa Unita, che si fonda su una progressiva cessione e condivisione di sovranità tra stati nazionali e condivide una cultura umanistica, ha un ruolo decisivo in un nuovo equilibrio mondiale. Essa ha il compito di disvelare le degenerazioni mercantili del liberismo planetario delle multinazionali, uscendo dalla logica di subalternità rispetto agli Stati Uniti.

Di fronte nuove forme terroristiche di guerra non convenzionale che hanno raggiunto l’apice nell’attacco al World Trade Center, non è sufficiente l’espressione della solidarietà e del cordoglio per le vittime; è anzi necessario indagare, capire, scavare nell’acqua in cui quelle violenze germogliano e prosperano. Solo l’Europa può e deve rimettere al centro la politica.

LA PARTITA E’ TRUCCATA

Nella società dell’informazione, nella società dove conoscenza ed esperienza sono sempre più separate (dove la conoscenza quantitativa e qualitativa di cui si dispone costituisce essa stessa l’esperienza), il modello di sviluppo è legato al senso comune dell’agire collettivo, alla percezione di questo senso, alle parole che lo definiscono.

Per gli OGM, per la clonazione, per il controllo delle reti e dei linguaggi, si parla di innovazione, di miglioramento della qualità della vita, ma chi ha detto che qualita’ e innovazione connotino e coincidano con le logiche e gli interessi delle multinazionali? Chi solleva dubbi, chi pone problemi è un oscurantista, un ignorante, ma chi l’ha detto? L’hanno detto, lo dicono, in modo diretto e indiretto “scienziati ufficiali”, giornalisti e corsivisti “un tanto al chilo” .

Questo circolo vizioso semantico è stato rotto, dopo Seattle la partita si è ufficialmente riaperta. Ha poca importanza rilevare ed analizzare le ragioni contraddittorie e a volte contrastanti che stanno dietro i manifestanti che, periodicamente, appaiono qua e là nel mondo e sugli schermi. Ciò che conta è che ognuno di loro ha la stessa agenda dei potenti e quando non appare c’è ed usa la stessa rete telematica per scambiarsi informazioni, costruire i documenti finali, combinare e contaminare le reciproche esperienze. Milioni e milioni di cittadini hanno così conosciuto una nuova mappa del potere in luogo dei parlamenti locali ed internazionali, soprattutto hanno capito di cosa si discuteva su quei tavoli. Il “movimento di Seattle” ha avuto la capacità non solo di rendere visibili i luoghi del potere, la posta in gioco e i giocatori ma anche di nominare, di significare le parole: cos’è innovazione, cos’è qualità, quali sono gli interessi generali, quale modello di sviluppo è desiderabile e sostenibile ambientalmente e socialmente.

Futuro Sostenibile, questo è il senso, questo è l’orizzonte, questa è la responsabilità che proponiamo all’agire collettivo, alternativo e contrapposto a quello liberista della crescita quantitativa illimitata che tutto subordina a sé incurante delle conseguenze.

Da Seattle in poi, sempre più, le persone, i cittadini, i teleutenti hanno iniziato a capire che ci possono essere altre opportunità, alte direzioni di marcia, altre scelte, altre campane da sentire.

I DIRITTI DEGLI IGNORANTI

Come è già avvenuto per il nucleare e la chimica anche i conflitti legati agli ogm hanno sollevato il ruolo della scienza e degli scienziati. In particolare oggi gli ogm piuttosto che le tecniche di fecondazione assistita hanno a che fare con il vivente, con la sua natura costitutiva. La scienza ci viene presentata come una chiesa, della quale siamo seguaci d’ufficio, così molti scienziati ci propongono le loro ragioni come argomenti di fede, in quanto tali fuori discussione.

I pulpiti da cui predicano sono ambiti editoriali proprietà delle stesse imprese biotec, i cui uffici marketing e pr investono risorse in campagne, convegni e benefits, per alimentare la fede. Non ci interessa qui discutere i fondamenti epistemologici di tutto ciò, quanto rilevare che questo avviene non nell’ambito della ricerca libera ma in una relazione tra imprese e scienziati strettamente finalizzata agli specifici interessi di mercato.

E’ fuori discussione la necessità che la ricerca scientifica configuri ciò che si può realizzare, ma deve essere altrettanto chiaro che alla politica pubblica compete la decisione su ciò che si deve realizzare.

La velocità innovativa della combinazione scientifica e tecnologica è di tale rilevanza da non poter riguardare una riflessione esclusiva tra scienziati ed imprese del settore, bensì richiede un adeguamento altrettanto notevole del bagaglio etico e culturale di cui disponiamo per un pronunciamento consapevole da parte delle istituzioni politiche.

Ai tempi dell’impegno antinucleare, così come dopo Seveso, prese corpo una generazione di scienziati e di ricercatori capace di elaborare una critica all’ufficialità e di proporre un terreno alternativo retroterra ed interfaccia del popolo inquinato che prendeva coscienza di sé come specie, anche oggi questa è una delle sfide centrali per chi è capace di raccoglierla. Altrochè i verdi contro la scienza, noi dobbiamo porre la questione della ricerca, di cosa si cerca e per che cosa, a tutta la comunità scientifica, proponendoci come interlocutori per tutti coloro che non vogliono essere i ricercatori della tecnoscienza alla catena di montaggio delle multinazionali. Più in generale, deve essere superata l’ideologia della scienza che assoggetta la natura , perché questa scienza consegue sì i suoi obiettivi, ma lo fa spesso a prezzo di scelte distruttive taciute o, il più delle volte, ignote. Bisogna invece affermare una scienza e una tecnologia, che ci aiutino ad inserirci nel grandi cicli planetari senza alterarne la stabilità degli equilibri evolutivi. Per questo motivo è necessario approfondire la conoscenza della struttura della materia, degli organismi biologici, dei grandi fenomeni ciclici del pianeta: questa è la via delle fonti energetiche pulite e rinnovabili, dei materiali biodegradabili, dell’agricoltura pulita.

NUOVE PRATICHE PER NUOVI AMBITI

I McDonald’s non sono un luogo simbolico, ma la presenza fisica, reale, della standardizzazione e uniformazione alimentare, colturale e culturale. Bovè ne ha smontato uno in costruzione con il cacciavite, noi verdi ci entriamo per distribuire prodotti biologici tipici, le tute bianche ne hanno occupato uno, per pochi minuti, a Praga: sono forme di contestazione la cui efficacia si misura non nella temporanea interruzione della loro attività ma nella sollecitazione o meno delle menti e dei palati dei milioni di cittadini-consumatori. Per questo, tappa dopo tappa, tute bianche, ONG, agricoltori ed ecologisti hanno praticato una grammatica della non violenza capace di aprire le porte dei congressi e di bucare i video. E’ sbagliato e fuorviante ogni distinguo e giustificazione della violenza sulle cose invece che sulle persone, perché riporterebbe tutto ad una questione di ordine pubblico e non di comunicazione inquieta.

Non è la contestazione al McDonald’s il problema che si è evidenziato a Praga di fronte al “movimento di Seattle”, davanti al Nusselsky Most, questa volta occupato non dai carri armati sovietici ma dai blindati e dai robocop cechi, le tute bianche, con i loro gommoni, i palloni colorati e le braccia alzate, i parlamentari italiani ed europei, hanno stazionato per ore senza che i loro “corpi in gioco” dessero vita ad un negoziato capace di aprire le porte del Palazzo dei Congressi, come era avvenuto in precedenza. Forse le molotov dei black-block sono arrivate più vicino, ma le immagini degli scontri non turbano l’idea di futuro di nessun telespettatore, questa è una partita truccata e già vista, non è quella che il “movimento di Seattle” deve giocare. I feriti di Goteborg e poi Genova con la morte di Carlo Giuliani hanno dimostrato, in termini di comunicazione, la subalternità della rappresentazione simbolica del confronto violento, con le parole o con i gommoni, alla violenza vera, tollerata, suscitata o infiltrata che fosse. Solo la non violenza ha in sé una coerenza tra fini e mezzi inequivocabile, con la capacità di disporre chi guarda, da vicino e da lontano, all’ascolto e alla partecipazione, senza possibilità di strumentalizzazioni e criminalizzazioni in termini di ordine pubblico. Per noi Carlo Giuliani non è un esempio ma il segno di una sconfitta, le nostre debolezze, le nostre ambiguità, non ci hanno resi capaci di adoperarci con decisione e con efficacia per proporre al GSF, e per praticare, una alternativa di partecipazione di piazza capace di sottrarsi alla sfida e alla trappola della zona rossa da violare, pretesto per la trasformazione di Genova in un mattatoio.

Noi siamo una forza di frontiera che deve essere capace di rendere visibili i luoghi e la natura dei conflitti e, ad un tempo, deve indicare delle alternative praticabili e deve renderle non solo desiderabili ma possibili.

Le organizzazioni ecologiste hanno avuto un merito e una fortuna al tempo stesso: portando l’attenzione dei consumatori su ciò che alla fine mangiano li hanno indotti a ripercorrere la filiera fino al punto di partenza e così, ad ogni passaggio, hanno fatto i diversi soggetti interessati, i distributori, gli agricoltori, i ricercatori, gli investitori finanziari, i rappresentanti istituzionali, i governi. Così il Presidente della Monsanto, che si era preoccupato di “fidelizzare” con contratti capestro gli agricoltori, girando le spalle ai consumatori e ai distributori è restato solo, visibile e nudo. Mangiare, almeno in Italia, è un atto consapevole nel quale sono presenti conoscenza ed esperienza, colture e culture, mangiando si soddisfano un bisogno e un piacere, è questa ricomposizione che da una consapevolezza esperita, appunto, e non introitata. Qui possiamo comprendere l’importanza di contendere alla tecnoscienza delle multinazionali il potere di nominare. Hanno voglia ora a spendere miliardi in propaganda diretta e in scientisti indiretti, di fronte ad un pomodoro biologico e ad uno geneticamente modificato, per non marcire mai, non c’è bisogno di essere scienziati per decidere a quale dei due attribuire il termine “di qualità”. Da questa consapevolezza consolidata può derivare quella sul diritto di conoscere, di scegliere, di pretendere precauzioni. E la cosa non si limita agli alimenti.

La vicenda OGM, e non solo, ben riassume, per come si è svolta fino ad ora, la funzione dei verdi.

Da Seattle in poi ( Davos, Genova, Bologna, Roma, Venezia, World Pride e contestazione ad Haider) i verdi sono stati sempre più presenti e attivi tanto nelle piazze, quanto nei palazzi. Nei palazzi non solo per garantire gli spazi, l’agibilità politica e il diritto al conflitto ma proprio per ridare centralità alle istituzioni elettive, alla politica pubblica come luogo che risponde ad interessi generali, anche delle future generazioni. Per questo è importante aver dato vita all’Osservatorio Parlamentare sul G8, al di là della sua efficacia, per questo è importante oggi trasformarlo in un luogo di confronto tra parlamentari e associazioni sulle politiche della globalizzazione e ciò deve riguardare anche il Parlamento Europeo. Per questo è importante avere un’Europa politica democratica, nella quale il governo non sia espressione dei governi ma degli elettori, per questo è importante che la carta dei diritti sia discussa e partecipata e preluda ad una Carta Costituzionale.

LA GLOBALIZZAZIONE NON E’ SOLO MOVIMENTO DI SEATTLE CONTRO WTO O CONTRO IL G8

A Seattle, lo scontro tra Europa e Stati Uniti sugli Ogm e sulla proprietà intellettuale ha segnalato l’esistenza di due modelli di società, una “americana” e una “europea”, ancora conflittuali tra loro, nonostante tutto: in estrema sintesi, la società della quantità contro la società della qualità. E si tratta di uno scontro destinato a condizionare i contenuti della globalizzazione.

La società della quantità propone un modello che antepone la figura del “consumatore” a quella del “cittadino” e che alimenta una società politica, a bassa partecipazione. Una società influenzata dai media, che ispirano “le mode e le scelte di consumo” di una massa informe di individui, “monadi senza porte né finestre”. Un modello nel quale i cittadini hanno diritti e garanzie in rapporto al loro reddito, una società dell’avere, nella quale si acquisisce status in base ai guadagni e al possesso di beni di consumo.

Dal sistema di distribuzione e commercio delle merci ai sistemi di approvvigionamento energetico (petrolio e nucleare), al modo di produrre cibo e di mangiare, di abitare i grandi agglomerati urbani, di sviluppare “tecnologie della solitudine”, quel modello prevede un consumo di territorio e di risorse, forme di convivenza e stili di vita, basati sullo spreco, il superfluo, l’assenza del limite, l’onnipotenza umana e l’inquinamento. In una parola, si tratta di una società difficilmente sostenibile in un solo Paese, certamente insostenibile se proposta come modello globale. E’ un modello di globalizzazione che porta in sé la crisi della globalizzazione stessa. In Europa, nonostante la presenza di epigoni di quel modello (in particolare, in Italia, il “format Berlusconi”), si registrano, più che un vero e proprio modello alternativo, alcune sacche di resistenza (più o meno) organizzata e un insieme di diffidenze culturali di massa, che permettono ancora agibilità politica al pensiero ecologista e alle sue forme di azione.

Dunque, il luogo dello scontro è l’Europa.

Quando parliamo di globalizzazione dobbiamo evitare una semplificazione consolatoria e dannosa che ci ridurrebbe ad un ruolo di testimonianza, la partita è aperta e l’Europa può giocare un ruolo importante se è capace di riferirsi alle sue radici umanistiche e alle sue tradizioni parlamentari: la connessione mondiale non è solo quella telematica, non ci può essere una globalizzazione dei mercati senza la globalizzazione dei diritti, i diritti alle differenze colturali e culturali innanzitutto.

La globalizzazione è il grande cambiamento che sta interessando l’Europa e il mondo dopo la caduta del muro e la fine del bipolarismo. Di fronte all’egemonismo americano e alla recrudescenza terroristica diviene urgente la riformulazione della funzione dell’Europa, degli Stati Uniti d’Europa, come spazio istituzionale per una politica alternativa.

C’è chi vorrebbe coglierne le opportunità e qui noi ci dobbiamo impegnare perché solo una politica pubblica, partecipata e rispondente ad interessi generali, può garantire queste opportunità per tutti. In realtà il mercato, in quanto libero, non si governa; una sana politica economica, ecosostenibile, deve individuare e stabilire le regole indispensabili, non per stabilire le modalità redistributive, ma per impedire gli effetti devastanti di un liberismo selvaggio,e le reali “pari opportunità” di partenza per tutti i cittadini.

La possibilità di governare il mercato, stabilendo le mode, le tendenze e dirigendo i cittadini, trasformati ormai in consumatori verso i prodotti resta l’obbiettivo delle multinazionali.

L’unica risposta a questo tentativo è pensare ad un modello di organizzazione sociale, libero, democratico e aperto. La sua caratteristica è un’intensa capacità di continua trasformazione degli equilibri esistenti al fine di rispondere alle domande, che i cittadini sempre ripropongono, ciascuno in modo diverso, di poter esercitare i propri uguali diritti di libertà.

In discussione è il modello di sviluppo basato sulla crescita quantitativa illimitata.

E’ la natura della libertà, delle pari opportunità, della partecipazione alla/nella società della comunicazione, cioè ciò che definisce la qualità del vivere sociale che chiede alla politica di avere un ruolo di indirizzo, di proporre un orizzonte non subordinato alla tecnica e all’economia nella globalizzazione.

Un Futuro Sostenibile passa anche per l’economia e il mercato, ma certamente per una modificazione dei consumi e dei costumi, solo la politica nella sua autonomia può dare alla dimensione ambientale , a quella culturale, a quella della salute, a quella esistenziale, pari dignità con la dimensione economica.

UN BLOCCO SOCIALE REAZIONARIO COESO

E’ comprensibile che il sentimento popolare di fronte ad un cambiamento di portata epocale sia segnato dall’insicurezza, dalla sensazione che ciò che si è messo in moto negli ultimi decenni abbia minacciato ed aggredito gli equilibri produttivi, sociali, generazionali, familiari ed individuali. La questione della sicurezza, che prende corpo con la domanda di legge ed ordine rimanda a qualcosa di più profondo ed ampio cui rispondere. I risultati delle scorse elezioni, regionali e nazionali, ci dicono che il centro sinistra non ha capito di essere inesorabilmente distante dai sentimenti e dai bisogni che il cambiamento ha messo in moto, la Lega poteva sembrare un fenomeno passeggero, non certo le ragioni a cui dava rappresentanza. Il populismo del centro-destra risulta una risposta demagogica ma non elusiva alle insicurezze popolari, inoltre propone la pratica di uno sviluppo senza regole, senza i “lacci e lacciuoli” delle rappresentanze sindacali, dei vincoli ambientali, del fisco da rispettare. Infine il centro-destra si avvale appieno della combinazione tra il mutamento produttivo, con la conseguente polverizzazione sociale, lo sviluppo impetuoso dei mezzi di informazione e le modificazioni dell’assetto rappresentativo-istituzionale (dalla l.142 in avanti) che hanno personalizzato le rappresentanze di governo ai diversi livelli, esautorando al contempo le assemblee elettive. Non basta stupirsi per la deriva plebiscitaria, non basta denunciarla, occorre avere la consapevolezza che oggi il centro-destra costituisce un blocco coeso, nella sua semplificazione culturale; un blocco coeso capace di presentarsi ai cittadini come soggetto di cambiamento, quasi rivoluzionario.

Oggi il centro-destra non ha più alibi e già si intravedono le possibili contraddizioni, ma, se nella nostra consapevolezza, (ma non in quella della larga parte dei cittadini), il Centro Destra è il polo della reazione, il Centro Sinistra è percepito dagli elettori come il polo della conservazione.

Da tempo la coalizione democratica non suscita speranze, la non definizione di una qualsiasi alleanza elettorale, da parte dell’Ulivo, non ha significato solo un limite della sua classe dirigente e del suo candidato a premier quanto la mancanza di una cultura politica e sociale democratica condivisa consapevolmente. Ha poco senso restare prigionieri delle sconfitte, delle culture, dei rancori e delle traiettorie personali che le accompagnano in questa o quell’altra formazione politica. L’Italia ha bisogno dell’innovazione, della qualità ambientale e dei diritti, per questo lo schieramento democratico deve essere un accompagnatore credibile e rassicurante per i cittadini, lungo il convulso processo di cambiamento. Non ci sono scorciatoie miracolistiche, plebiscitarie o semplificative, è un blocco sociale innovativo che occorre connettere, praticando con decisione il terreno dell’innovazione tecnologica ed amministrativa, senza incertezze ed abbozzi, garantendo un mercato, vecchio e nuovo, accessibile in quanto regolato.

Una coalizione democratica può vincere se ha dei cittadini, italiani e non, che sono consapevoli della qualità ambientale e dei servizi, del principio di legalità, dei diritti e delle opportunità, che una amministrazione dà o non dà loro.

I VERDI: L’ECOLOGISMO COME RISPOSTA ALLE CONTRADDIZIONI DEL NOSTRO TEMPO

SIAMO STATI UTILI, SIAMO ANCORA NECESSARI?

“il tempo procede finché non si scorge dinanzi a noi una linea d’ombra che ci avverte che anche la regione della prima giovinezza deve essere lasciata alle spalle” J.Conrad

I Verdi italiani ed europei sono presenti nelle istituzioni pubbliche da quasi quindici anni. Negli ultimi sei, hanno progressivamente assunto incarichi di governo a tutti i livelli. Il percorso di partecipazione alle istituzioni, prima, e al governo, poi – sia nelle sedi nazionali che in quelle locali – non è stato né semplice né lineare. E’ stato il frutto di anni di aspra discussione. Per l’Italia un dato è difficilmente contestabile: la presenza dei Verdi nelle istituzioni con funzioni di governo è stata utile, forse fondamentale. Basta considerare il gap che si registra, nelle politiche di sviluppo sostenibile, tra gli ambiti dove i Verdi governano e dove governano gli altri. Il sistema dei parchi e delle aree protette, le politiche dei rifiut