Una Battaglia Di Civilta’

gennaio 3, 2019. by

STEFANO DEL BOCO *

L’ Europa in questi anni è divenuta tappa o mèta di un considerevole flusso migratorio. Questo processo, che coinvolge anche il nostro Paese, ha avviato tra la popolazione italiana un dibattito che ancora oggi, nel 2002, rimane aperto: la legittimità dell’apertura delle frontiere e dell’accoglienza di cittadini extracomunitari. Un dibattito che avremmo voluto vedere superato o affrontato in maniera differente, ma che in questi mesi il nostro governo ha brutalmente voluto concludere con la presentazione di un disegno di legge sull’immigrazione. Un provvedimento che uccide la speranza di coloro che cercano in Italia un’ancora di salvezza. Di coloro che come gli europei nel secolo scorso si sono allontanati dalla loro patria in cerca di una condizione migliore. Oggi è possibile dire chiaramente che gli europei che sono andati in America nel secolo scorso hanno contribuito a costruirla. Chi non ricorda Ellis Island? Ellis Island per gli europei ha rappresentato quello che oggi per tunisini, albanesi, kosovari e per tanti altri rappresentano le coste italiane: un’ancora di salvezza. Gli americani oggi hanno costruito su Ellis Island un museo, un luogo ove rispolverare le radici di parte della storia americana. Noi italiani invece, nel 2002, azzeriamo la nostra memoria storica a favore di un razzismo degno di ben altre memorie. Abbiamo dimenticato che in tutte le epoche e in qualsiasi parte del mondo, i movimenti di popolazione hanno fornito un contributo al rinnovamento della società e sia i paesi di provenienza, sia quelli destinatari ne hanno tratto opportunità e benefici.

Molti segnali hanno accompagnato questo provvedimento del governo. Segnali di un clima culturale che si irrigidisce e che chiude le porte a colui che viene considerato diverso. La causa di questo clima credo che abbia radici profonde. Non credo infatti che si possa attribuire alla guerra, né agli atti terroristici di un gruppo ben circoscritto. Penso che vada ricercata in un clima più generale di chiusura con connotazioni sempre più borghesi.

Il modello imperante rimane quello dove lo stato sociale è stato calpestato, dove l’individualismo trionfa e dove la povertà non rientra nelle statistiche ufficiali. Un modello che ha creato una diseguaglianza a proprio uso e consumo. Infatti, mentre una minoranza del pianeta continua a controllare e a sfruttare la maggior parte delle risorse disponibili, a sviluppare tecnologie sempre più avanzate di produzione, a controllare sia le armi di distruzione di massa che le nuove armi convenzionali, la maggioranza vede il proprio livello di vita peggiorare continuamente. A queste constatazioni bisogna aggiungere che lo sviluppo industriale e i sistemi di produzione del Nord ricco, prevalenti ormai in tutto il pianeta, ha causato ovunque una distruzione ed un degrado dell’ambiente che non si erano mai visti nella storia. Sappiamo che i governanti dei Paesi ricchi hanno adottato nei confronti di molti Paesi in via di sviluppo politiche basate sull’accettazione del criterio che una fascia rilevante di tali Paesi non possa più riscattarsi. Le condizioni di questi ultimi si sono deteriorate, la loro incapacità di produrre ha ormai raggiunto livelli tali – questo il pensiero dominante di alcuni governanti occidentali – che il massimo che si può fare per loro è aiutarli a sopravvivere con piccoli appoggi economici, attraverso elargizioni, costituite però da prodotti realizzati nei Paesi ricchi. E le elargizioni includono spesso anche grandi partite d’armi che giovano a riattivare la miriadi di piccoli conflitti regionali. Conflitti che a loro volta sono il riflesso della rivalità tra grandi potenze. E’ questa la triste realtà, questa la storia e davanti a questo scenario, di cui siamo stati fautori, le nostre posizioni si irrigidiscono. Chiudiamo le frontiere, non accettiamo le diverse religioni, alimentiamo il nostro razzismo, ci autogiustifichiamo attaccando le nostre vittime sacrificali, facciamo il nostro gioco a discapito della maggioranza della popolazione di questo pianeta.

La Chiesa è una delle poche voci chiare che arrivano in questo deserto, si rivolge alle coscienze e si impegna attivamente: non parla di “figli di Allah”. Questi termini invece vengono utilizzati da Oriana Fallaci che riesce ad accusare il Papa di avere abbattuto le frontiere delle diverse religioni (“Santità. Perché in nome del dio Unico non se li prende in Vaticano? A condizione che non smerdino la cappella Sistina e le statue di Michelangelo..”) e la sinistra di opportunismo politico (“Quella Roma dove il cinismo della politica d’ogni menzogna e d’ogni colore li corteggia nella speranza d’ottenerne il futuro voto..”). In verità, Oriana Fallaci con il passare degli anni ha cambiato pensiero: in “Lettera ad un bambino mai nato” era arrabbiata con la nostra società maschilista, mentre, a distanza di anni, ha redento il nostro popolo e non ha dato nessuna possibilità di ripresa al mondo arabo. Insomma, la condanna è stata trasferita da un popolo all’altro.

Può sembrare strano, ma a distanza di un millennio, ritroviamo politici e opinionisti pronti a preparare nuove crociate e la Chiesa a difendere e aiutare le vittime. Abbiamo noti scrittori pronti a scendere in piazza per alzare le barriere, noti politici che indossano abiti da giullare per fomentare l’odio razziale, i soliti ignoti pronti ad appendere i cartelli fuori dai negozi per vietare l’ingresso a cani ed extracomunitari. Tutto questo passa, goccia dopo goccia, con il consenso di tanti e con la complicità di chi assiste passivamente in silenzio.

Con queste premesse e con queste paure noi Verdi il 19 saremo in piazza a manifestare insieme alle altre forze politiche e sociali. L’Italia è la frontiera dell’Europa ed è sempre stata la patria del più intenso confronto culturale, sociale e religioso. Pertanto, non possiamo permettere che questo patrimonio venga distrutto. Uniti faremo il primo passo di una battaglia soprattutto culturale, contro il muro dell’intolleranza e contro la complicità del silenzio.

* Capogruppo dei Verdi al Senato