L’amicizia Nell’epoca Della Sua Riproducibilità Digitale

gennaio 3, 2019. by

Buongiorno! 🙂

E fu veramente un buongiorno quello. Willy le rispose come avrebbe risposto a sua sorella, con la stessa identica confidenza, come se la conoscesse da sempre.

La loro amicizia iniziò, così, via messanger, con successivi scambi di email per dare finalmente dei tratti, degli occhi e dei volti a quelle parole, per comprimere in jpg i loro fremiti, i loro brividi, le loro sensazioni, dapprima posate, poi via via più selvagge, fino a rendersi conto che il loro rapporto non poteva proseguire su quei toni, non così, non a distanza.

Il bit è veloce, il brivido lo insegue, ma la banda larga non trasferiva certo la carne, l’odore, il calore.

Era così, un rincorrersi agitato e interminabile di anime e pensieri: un danzare di mani sulla tastiera, avvinghiati come in pista o sul lungomare di Rimini, la band formato mp3, di vecchio stampo romagnolo suonava rabbiosa l’ultima mazurka, rallentata, di certo, dal traffico in Rete.

Ci voleva qualcosa di concreto, di palpabile, che confermasse, sancisse, provasse, testimoniasse, insomma, la loro esistenza. L’esistenza della loro amicizia. Qualcosa da toccare la sera, da abbracciare forte forte, da far vedere con orgoglio o da nascondere agli amici, da conservare, poi, nel tempo, a ricordo di quello che fu, di quello che sarà.

Qualcosa che sapesse la carne l’odore, il calore.

Perché è importante poter nascondere qualcosa. Troppo semplice avere i pugni vuoti e chiedere: in che mano sta? Mio padre era solito farmi questo giochino, nascondendo una moneta o qualche altro piccolo regalo per me e mia sorella; in che mano sta?

Il difficile è bleffare e cercare di gonfiare la mano vuota più di quanto non lo sia quella piena. E sperare forte, forte, in quei pochi silenziosi secondi di incertezza, che la scelta ricada sul pugno vuoto.

E il rammarico quando sia così, perché ci si dovrà sottoporre ancora a quel terribile gioco.

Ecco, le loro vite erano due pugni stretti, stretti, da tenere dietro la schiena, per passarne i contenuti da una mano all’altra, invisibile agli occhi degli sconosciuti.

La violenza del gioco era non potere aprire quei pugni: sfuggire le strette di mano, i cono gelato, in quelle città così calde, in quel messanger che a volte stoppava i loro brividi con crash continui del server, proprio quando stavano per rivelarsi l’un l’altra verità già note, ma non dette, scritte e mai inviate…

La violenza del gioco era, ancora, non sapere la carne, l’odore, il calore

Iniziarono, allora, cinque giorni di lavoro, a quattro mani, a duecentododici tasti, a due mouse, a colleghi spazientiti, a uffici freschi per lui, afosi per lei, memorie in crisi, memorie così distanti per lui così vecchio, per lei banchi di dimm a conduzione iperveloce, di nuova generazione.

Erano webdesigner. Ma questo non contava nulla. Anche fossero stati giardinieri, avrebbero saputo cosa fare. Invece di incrociare varietà di melanzane, incrociavano maschere, livelli, effetti di luce La cover sarebbe stato il loro abbraccio tanto agognato, il loro amplesso digitale, da guardare, da stampare, da appendere, da modificare di volta in volta, a seconda degli umori e dei sentimenti.

Terminarono il venerdì, e come finirono, lei partì, come già gli aveva annunciato giorni prima. Per sempre.

Lui, la sua memoria, non avevano registrato quella scadenza, come non avevano mai registrato alcuna scadenza legata all’amicizia. L’amicizia è per sempre. Invariabile assioma, violentato spesso da delusioni reali ma mai provate realmente, perché, appunto, dimenticate.

La cover giacque per diversi mesi su un sito di sperimentazione di webdesign, una pratica per quei tempi assai pionieristica.

Allora non esistevano i trasponder di terza generazione, né i replicatori alimentari. Le interfacce di collegamento neurodigitale (allora chiamate, vagamente, siti) erano studiate da gruppi o da singole persone alla ricerca del migliore feeling, della migliore usabilità.

Ancora non si era capito che la migliore interfaccia, l’Interfaccia Universale non poteva che essere generata dal pensiero stesso del singolo utente che di volta in volta si collega al servizio, pensiero interpretato da un microchip che valuta via, via altri parametri del soggetto, quali la carne, l’odore, il calore appunto.

Non si incontrarono mai di persona. Le loro email sono archiviate da tempo al Museo del design a corredo di altre realizzazioni di Willy. Quello che allora poteva essere un incontro materiale tra due persone, viene ora sbrigato direttamente dal programma di posta elettronica.

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